Archivio di quartiere – storia n. 17

Dopo qualche mese al paese natio sono vissuto a Villa De Giglio; i racconti di mia madre dicono che il primo nome che ho pronunciato è stato Pasqua; era la balia che mi ha allattato insieme a suo figlio, il mio fratello di latte, prematuramente scomparso intorno ai 50 anni.
Pasqua era  la mamma di altri quattro figli; lei ed il marito Peppino lavoravano a  poche centinaia di metri dalla villa, nella azienda agricola e di allevamento  di bestiame del veterinario dott. De Angelis.
La villa degli eredi De Giglio era in via Vaccarella poi via Giulio Petroni in prossimità del civico 102 attuale, era di fronte alle  case popolari dei ferrovieri, ed era delimitata da una strada interpoderale, che oggi è via Grimoaldo degli Alfaraniti.
I proprietari erano Matilde e Meuccio e l’anziana madre donna Marietta e la nuora Agnese .
L’ingresso  presentava  due  colonne fatiscenti ed un cancello in ferro battuto, sempre semi aperto, a sinistra una macchia mediterranea di arbusti floreali, quindi una porzione di terreno ampio con una  cisterna ed una vasca di decantazione dell’acqua, poi il terreno si restringeva e presentava una serie di pini di alto fusto, alcuni da pinoli.  Al  centro una grande aiuola circolare con una immensa cycas attorniata da rose e fiori più o meno vivi, a sinistra palme e palme di varie altezze, alcune con datteri buoni da mangiare mentre a destra all’inizio fiori , poi un agrumeto sempre irrorato da acqua stagnante.


In verità sia l’immenso giardino che l’ intera struttura si presentava in uno stato fatiscente perché i proprietari non avevano redditi, se non la proprietà di quell’immobile.
La facciata dell’edificio ripeteva in maniera più modesta l’architettura di alcune ville siciliane; dopo qualche scalino centrale, dal pianerottolo partivano due rampe che consentivano di accedere ad un’ampia  balconata, larga un quattro metri e lunga quanto l’intero prospetto dell’immobile, circa un 20 metri, dove si affacciavano  non meno di 5 porte-persiane.
La vita si svolgeva sul retro, cui si accedeva sia da destra che da sinistra passando sotto due corpi di fabbrica sospesi come braccia, attraverso  due rampe di scala ci si ritrovava su una piccola terrazza con pergolato d’uva ed un balcone che consentiva l’accesso ai locali.


L’intera villa era stata frazionata dai proprietari in tanti locali; eravamo nell’immediato dopo guerra, le condizioni economiche erano misere  per tutti; appartamenti non se ne trovavano per cui stalle, falegnamerie, lavanderie etc. di un tempo venivano affittati; ricordo bene che in un sottoscala c’era un ciabattino che viveva  e lavorava lì; nella falegnameria c’erano due famiglie imparentate tra di loro e così  nella stalla ormai vuota di animali. In giro invece vari gatti e due o tre cani, il più domestico Flick.
Nella struttura della villa noi avevamo preso alloggio  a sinistra del balcone in due locali: uno piccolo di cucina e bagno  con finestra  ed una grande camera da letto divisa, da un armadio pesante, dal salone della proprietaria Agnese che occupava la parte centrale dell’immobile, mentre a destra del balcone erano sistemati gli altri proprietari Matilde, il fratello Meuccio e la madre donna Marietta.
La nostra vita si svolgeva  serenamente, mio padre Pietro, militare, andava in bicicletta da via Giulio Petroni e “via Cancello Rotto” alle casermette al Centro Addestramento Reclute in  Via Alberotanza, mia madre  Memena cucinava e mi accudiva con l’aiuto di Pasqua, stringendo anche un forte legame di amicizia con le proprietarie.
 In quegli anni Meuccio, gravemente invalido, incominciò  a prendere la pensione e comprò dai Fratelli Ricci di Via Pessina uno dei primi televisori in bianco e nero, 17pollici  Magnadyne; è inutile aggiungere che tutti  andavamo a vedere i primi programmi tv non solo fin quando siamo rimasti in villa ma anche successivamente.
Sino all’estate del 1956 eravamo ancora lì in via Giulio Petroni, di questo sono sicuro perché esiste una foto della famosa nevicata del 1956 che mi ritrae  disteso in pigiama  sulla neve insieme ad altri nella strada interpoderale, quella che verosimilmente tanti anni dopo sarebbe diventata via Grimoaldo degli Alfaraniti.


In pratica un anno dopo  la nascita di mio fratello Oronzo siamo andati via, prendendo in affitto una casa al secondo  piano di via Gabrieli n. 8, da qui, percorrendo corso Sicilia, come si chiamava allora, e  quindi via Podgora o via Cagnazzo ma spesso via Monte San Michele per passare davanti a Villa Papa, dove ero stato qualche volta, arrivavo a villa  De Giglio per giocare con gli altri ragazzi che ancora abitavano lì (Minguccino e Giovanni, talvolta anche Giandomenico nipote della signora Agnese) e qui, contando sulla benevolenza delle proprietarie prima io, poi mio fratello, ci comportavamo un po’ da padroni della villa.
Questi sono ricordi  che conservo con intensa  emozione perché quei momenti di felicità sono nella mia  storia  e me li porterò via; il desiderio e la soddisfazione più bella sarebbe renderne partecipe e trasmetterli alle nuove generazioni; è un mondo  ormai scomparso da anni come quella palma che sino a qualche anno fa era ancora in piedi, ultimo retaggio di quella che fu la grande villa De Giglio, un piccolo paese dentro una grande città.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *