Archivio di quartiere – storia n. 12



Io non comincio il mio racconto dal 1960, comincio dal 1940. E’ la storia della mia famiglia. Io sono nato nel ’48, ho settant’anni, anche se non li dimostro. Perché inizio dal ’40? Perché in via Capruzzi, o estramurale Capruzzi, angolo via Giulio Petroni, c’era la famosa ditta Larocca. Mio nonno Vitantonio, mio omonimo, lavorava alla ditta Larocca in amministrazione e come dipendente poteva godere di un alloggio gratuito, all’interno del complesso della stessa ditta. Abitava in una grande palazzina, oggi sostituita da nuovi condomini, di fronte alla caserma Rossani. Lì abitava anche il vice direttore dell’ufficio commerciale.
Il nonno con la nonna Caterina ha fatto quattro figli. Nel ’45, alla fine della guerra, nella caserma Rossani arrivarono gli americani, i canadesi.  E un militare canadese sposò una delle mie zie. Insieme si trasferirono prima in America e poi in Inghilterra.
Mio padre, ufficiale sommergibilista -fu fatto anche prigioniero in Polonia-,  al ritorno dalla guerra, dopo aver sposato mia madre, ha vissuto ancora con i nonni per un anno.
Da quella casa, da via Giulio Petroni, si spostò e si trasferì in via Sabotino, a ridosso del carcere dei minorenni, vicino al Campo degli Sport che si trovava nell’attuale viale Giovanni XXIII.
La nostra casa si affacciava dal lato interno sul campo sportivo. Mamma mi dava il panino o il cioccolato e io dal balcone la domenica vedevo  le partite di calcio e la canicola, all’epoca di notte si giocava la famosa canicola.
Mio padre ha poi lavorato alla ditta Bellomo, un’azienda che produceva ascensori. Molti ce ne sono ancora nei nostri palazzi.  Nel 1955, comprò un appartamento vicino al cinema Armenise, di fronte al bar Gardenia. Lì è nata mia sorella e io, quindi, da quando sono bambino, ho vissuto sempre in via Giulio Petroni.
Nonno Antonio mi portava in visita alla ditta Larocca per mostrarmi l’arrivo dei tonni. Larocca oltre alle conserve produceva il gelato Lola, che si vendeva nei cinema.
Quando diventai più grande, avevo amici di classe che erano figli di ufficiali della caserma Rossani. Loro mi invitavano, allora entravo nella caserma. Giocavamo con la palla sui terrazzi delle palazzine che affacciavano su via Giulio Petroni.
In via Giulio Petroni c’erano le stalle. Non camminava nessuno lì davanti. C’era il deserto assoluto. La mattina bisognava mettersi in attesa per veder passare una o due persone.
Di sera, il giovedì, quando andavamo a vedere Mike Buongiorno a casa dei nonni, perché il nonno l’aveva comprato il televisore, la percorrevo a piedi con i miei genitori. Mi ricordo di mio padre con i miei fratelli in braccio e quell’odore forte che proveniva delle stalle dei cavalli.
Poi da ragazzo ho fatto tanta attività sportiva. Ho giocato a calcio nel FAC Carrassi, una squadra giovanile legata alla parrocchia di Don Fiore. La squadra si chiamava Rossano. C’erano tante altre squadre di calcio giovanili e venivamo a giocare nella caserma Rossani.
Prima si giocava con la lega giovanile sul campo grande, che ci concedeva la FIGC in accordo con il distretto militare. Poi le squadre aumentarono e realizzarono un campetto piccolino alle spalle. C’erano spogliatoi e una zona per gli allenamenti di scherma…
Sono diventato arbitro sportivo di calcio negli anni ’66-’67 della serie C1. Ero abbastanza bravo, così dicono le cronache.  Poi ho fatto il guardalinee in serie A e serie B, all’epoca di Maradona, Platini, Borges, dal 1984 al 1987.
Ma qui, all’interno della caserma, ha giocato anche il Bari. Si giocava il trofeo De Martino, un torneo per impegnare le riserve delle squadre che si giocava il mercoledì pomeriggio. L’esercito concedeva il campo. Come giovani leve, noi facevamo i guardalinee agli arbitri che arbitravano le partite di serie A e B.
Ad un tratto tutte le strutture sportive sono state distrutte e c’è stato il tentativo di costruire un teatro, una tensostruttura. Poi tentarono di costruire una struttura stabile in cemento armato, fino al blocco dei lavori.
Proprio qui  invece (nell’Urban Center del Comune di Bari) c’era lo spogliatoio, accanto al campo da tennis. E vicino, a non più di due metri di distanza, c’era un muro tutto verde, dove ti allenavi facendo il “pallettaro”, rilanciando la palla contro il muro. Solo dopo due o tre mesi, quando ti eri fatto i muscoli, potevi entrare nel campo. Dopo provai a giocare e mi dissero: “Antò, tu non si buon p sciquà a tennis, va a scquà a pallon”!

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