Archivio di quartiere – storia n. 9


Quella del Re Artù è stata un’esperienza importante maturata in anni in cui non c’erano molti riferimenti culturali a Bari.
C’erano il Petruzzelli, il Piccinni, il Piccolo Teatro – consacrato da Renzo Arbore a L’Altra Domenica – l’Abeliano.
Il Re Artù è nato un po’ per caso, non c’era un vero e proprio progetto. È nato dall’esigenza di una compagnia teatrale, l’Ellisseo, di individuare un luogo per provare i suoi spettacoli. Non avevamo più a disposizione la sede che ci era stata messa a disposizione dal Comune, in via de Deo, a San Pasquale.
Nel 1977, prima dell’apertura del Re Artù, il luogo dello scambio di idee, di dialogo, era per noi era il giardino della Chiesa Russa. Ci si vedeva lì, ci incontravamo ogni sera, di estate e d’inverno.
Alle nostre riunioni partecipava Pasquale Boffoli, che veniva con il suo sassofono. A volte mentre discutevamo di politica, cultura, di sport e di ragazze, lui iniziava a suonare e la musica prendeva il sopravvento sulle parole. Ricordo che un giorno Pasquale, nel cuore della sua performance iniziò a correre senza smettere di suonare e questo contagiò tutti. Ci lanciammo in una corsa nel giardino della Chiesa Russa inseguendo il nostro pifferaio magico. Un ricordo bellissimo.
Ci mettemmo a caccia di locali da affittare e ne trovammo uno in via Isonzo, una strada un po’ marginale, vicina alla Chiesa Russa. Il fittasi era appeso all’ingresso di una palazzina antica.
Lì nacque il Re Artù.
 


Il locale aveva una finestra a livello stradale e, dall’altro lato, un’altra finestra che si affacciava su un cortile che ci separava dal circolo Acli Varalli, il cui ingresso era in via Pasubio. Era un periodo politicamente difficile e c’erano stati episodi allarmanti. Ci collegammo con il circolo Acli con un citofono interno per darci aiuto reciproco in caso di visite indesiderate.
Non c’era ancora la legge che disciplinava la sicurezza all’interno dei locali pubblici, nata dopo l’incendio del cinema Statuto a Torino. E quindi potemmo aprire il circolo in uno spazio dove oggi sarebbe impossibile far entrare pubblico. Era un luogo talmente piccolo che bisognava inchinarsi per entrare da una porticina, scendere per una scala ripidissima, senza corrimano, e giungere direttamente a livello sotterraneo in una stanza tramite cui potevi accedere ad altri due spazi non molto grandi. Non c’era il bar e non c’era il bagno.
A fondare il Re Artù furono: Corrado e Giulia Veneziano, Roberto Santostasi, Michele Loseto, Luciano Scrima, Renato Palmisano e me: sicuramente i fondatori. A noi si unì una persona che abitava in via Isonzo (ma non ricordo come si chiamasse). Era un operaio edile che si incuriosì e ci fece visita. Gli doveva sembrare davvero strano vedere aprire nel 1978, in via Isonzo, una cantina teatrale. E volle darci una mano. Gli dicemmo che avevamo bisogno di un palco e lui ci disse “ci penso io!”. Con una disinvoltura impressionante usò quattro casse di Birra Peroni – allora erano di legno – per usarle come i vertici della base della pedana. Poi unì assi alle casse e lo fece fissando con la mano – usandola come un martello – i chiodi direttamente nel legno. Ricoprì la gabbia con altre assi e la struttura con una moquette verde recuperata per strada.
Una buona parte dell’arredo erano gli avanzi delle cose degli altri.
Solo Andrea Vlassi, che era il titolare di Baluche, un negozio di oggettistica e pietre dure in via Bottalico, ci regalò dei soldi e dei ventagli che utilizzammo sul bordo della pedana per coprire le luci. Infine insieme rivestimmo i muri delle stanze con delle canne. Nella stanza adibita a teatrino non c’erano posti a sedere. Ci si sedeva per terra.
Iniziammo a fare le prove dello spettacolo “I canti orfici” di Dino Campana e a volte alcuni venivano a seguire le prove. Una volta provammo ad inserire un biglietto di 500 lire ma fummo contestati.
Era un’epoca in cui la cultura doveva essere per tutti e dunque gratuita. Ma noi avevamo da pagare il fitto del locale, 17 mila lire che raccoglievano ogni mese facendo la colletta tra noi. Riuscimmo solo a convincere molti a dotarsi di una tessera (sempre 500 lire), su cui era stampato il profilo di un cavaliere mancino. La tessera dava diritto all’accesso allo spazio e a diventare soci, anche se un’associazione non c’era.


Gli spettacoli erano pochi e in alcuni casi non realizzabili al Re Artù, per cui demmo asilo ad altri come Donato Tota. Molti musicisti trovarono utile avere uno spazio in cui si poteva fare musica, teatro e persino cinema. Aspetti che forse facevano percepire il Re Artù come un luogo politicamente attivo. L’associazione “Il Terzo Occhio” organizzò una piccola rassegna cinematografica. Così al teatro aggiungemmo la musica e poi il cinema. Lì esordirono Toti e Tata in trio. Si esibirono anche alcuni attori che si erano formati nell’Anonima GR e altri che fecero apparizioni. Si faceva buona musica che aveva un certo successo. Ricordo che in una band musicale suonava il tastierista di Rosanna Fratello.


Erano gli anni post Benedetto Petrone e nel quartiere Carrassi c’era una sezione politica da cui partivano azioni anche violente. Ci versarono nel locale un bidone di liquami attraverso la nicchia dell’ingresso.
Credo che la fortuna del Re Artù sia dipesa dal fatto che non fosse solo uno spazio ma un centro di produzione. Si montavano e producevano gli spettacoli. In quel quartiere, in quel momento, il Re Artù fu una scelta importante.
Questa esperienza durò circa tre anni fino al 1980. Quando si è chiusa, il gruppo promotore si è sciolto. E si aperto un altro Re Artù, in via Montello. Ma questa è un’altra storia.

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