Archivio di quartiere – storia n. 4


Credo di essere arrivato alla caserma Rossani dopo il CAR da Diano Marina, in Liguria. Era l’ottobre 1978 … Minchia sig. tenente nella mia Bari.
La Caserma Rossani non era diversa dalle altre caserme, era lo stesso incubo!
Entrai dal cancello di via Giulio Petroni. Li c’era il piantone, a cui mostrai il documento che mi aggregava al 41° Reggimento Reparto Artiglieria Gargano della 2^ Compagnia Pinerolo, che mi indicò il viale interno che costeggiava il campo di calcio e, sulla destra, l’ingresso alla caserma dove presentarmi all’ufficiale di picchetto.
Percorsi quel viale con il mio zaino sulle spalle carico dei miei effetti personali e del mio vestiario, credo solo con la gioia di essere a Bari, immaginando che sarebbe stato più leggero quel periodo di naia.
Ad ogni modo, arrivai al portone di ferro e suonai. Dallo spioncino mi fu chiesto chi fossi e mi presentai. Un militare mi aprì una porta più piccola, sempre in ferro, e mi fece entrare.

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INGRESSO PRINCIPALE CASERMA ROSSANI IN CORSO BENEDETTO CROCE

Ph. Barinedita


Presentai la documentazione all’ufficiale di picchetto, dopo aver rigorosamente rispettato il cerimoniale del buon militare nella presentazione, che oramai avevo imparato a memoria ma che non ricordo più (per fortuna).  L’ufficiale, con altrettanto e rigorosa forma, mi invitò a presentarmi all’ufficio foresteria della 2^ Compagnia, agli ordini del Capitano Modugno.
Seguendo il perimetro che costeggiava la Palazzina Comando, svoltando a destra oltre la sbarra, prima dello spaccio (luogo di ritrovo dei soldati nel tempo libero in caserma), attraversai la strada e dopo la 1^ Compagnia eccomi arrivato.

1^, 2^ e 3^ Compagnia erano dislocate su un unico edificio, su due piani. Oltre il piazzale dove di solito si faceva l’alzabandiera c’erano altri edifici, mentre di fronte alla Palazzina Comando e all’ingresso del cancello c’era la mensa. Proseguendo il cammino sul lato della Palazzina Comando e lo spaccio, si andava all’Armeria.
Tornando al mio arrivo, mi presentai in Fureria dove mi venne assegnata la campata e la branda. Eccomi qui ora ero pronto!
Da quel momento ci fu soltanto un susseguirsi di guardia … guardia … e ancora guardia. Minchia sig. tenente, quella vita non l’avevo scelto io, ma lei sì, sig. tenente! La notte con gli anfibi, le giberne, quel “Garant” e tutte quelle regole, stare in piedi, montare di guardia ogni due ore con due ore di riposo ogni 24 ore…

Non ero certo l’immagine del soldato muscoloso, forzuto e coraggioso che poteva difendere chissà cosa e chi, ero un ragazzo diplomato da un anno, piccoletto e mingherlino in una divisa che mi stava pure più grande. Per non parlare dell’elmetto che, ad onor del vero, oggi posso dire con molta franchezza, non ce ne era uno dell’Esercito Italiano che io potessi indossare con onore, per via della mia testa un po’ prolungata, più piccola rispetto alla norma, per cui ogni casco ballava un po’ e questo mi rendeva abbastanza buffo:  sembravo  Renato Rascel nella canzone “Il corazziere”.

Durante le guardie si stava in postazione e non si poteva lasciare l’area da sorvegliare, ma quando mi dettero i gradi di caporale, le nottate in piedi aumentarono, ma in compenso potevo girare di più, poiché uno dei compiti era quello di accompagnare le guardie alla postazione per i cambi ogni due ore. Che poi, in realtà, non erano due ore perché erano diversi gli orari d’inizio guardia e di fatto facevo il giro notturno della caserma ogni ora.
Quando l’ufficiale o il sottoufficiale di picchetto decidevano di fare giro d’ispezione per controllare se le guardie fossero sveglie e attente, urlavano la solita frase: “Alto là…chi va là! Fermo o sparo! Parola d’ordine!”.  Dopo il riconoscimento passavano oltre verso l’ennesima postazione.  Le postazioni erano diverse: si affacciavano su via G Petroni e c.so Benedetto Croce che all’epoca, se non ricordo male, si chiamava c.so Sicilia.

Quando non ero di guardia, in caserma c’erano tantissime cose da fare. Se poi, in quelle poche notti che potevo dormire, c’era la triste consuetudine dell’Allarme, in pochi minuti dovevi essere in riga nel piazzale munito di tutto quello che serviva per la guerra al nulla.

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Ph. Barinedita

La mattina si andava in mensa per la colazione. Non ricordo il sapore di quelle colazioni, forse perché non avevano sapore. Come il pranzo. Come le cene. Alla domanda se il cibo fosse di nostro gradimento la risposta era obbligatoria: “ottimo e abbondante sig. Colonello” o capitano o tenente che rivolgesse la domanda. Non si poteva sbagliare e per un anno ho dovuto convincermi che fosse ottimo ed abbondante.
La caserma ospitava un altro reparto oltre la Compagnia di Artiglieria. In quel reparto c’erano molti sardi, per fortuna, poiché il loro formaggio sì che aveva sapore. Era quello che si portavano da casa e che ogni tanto mi è capitato di condividere.
La mattina dopo la notte di guardia si preparava la bandiera per l’alza bandiera. Ricordo che nell’ordine rigoroso del “un … duèeee … un … duèeee … p.sssoooooo… p.sssoooo” avevo la tensione del basco che mi andava largo … Ah ah ah
Poi durante il giorno i diversi incarichi da svolgere: corvèèè, cucina, ramazza caserma, pulizia camerate e tante altre cosette che ti facevano passare la giornata. Tra queste l’imboscamento lontano dagli occhi dei superiori a cercare un po’ d’aria.
Il Colonnello all’epoca era un siciliano. Lo si vedeva poco in giro, aveva l’aspetto rassicurante, un viso gentile, almeno io lo ricordo così. Ad ogni modo era elegante nel suo aspetto complessivo. Non ricordo il suo nome. Lo incontrai quando realizzai il presepe in polistirolo al centro del piazzale, in una tenda militare. Lo rividi un’altra volta, quando realizzai un quadro grande che fu messo nello spaccio. Credo d’aver perso tutte le foto, ma quelli furono momenti di baratto in cambio di alcuni giorni di licenza.
La caserma la conoscevo bene: l’infermeria di fronte all’ingresso della mensa, un po’ più spostata verso uno dei viali che portava al rimessaggio automezzi. Alle spalle della mensa c’era una specie di parchetto, diviso da via Gargasole da un muro di cinta con il filo spinato in alto. In quel parchetto ogni tanto ci si esercitava a “giocare” ai soldati. Raramente nel rimessaggio c’erano gli Obici, cannoni che avrò visto qualche volta. Una di queste fu durante un campo di addestramento militare a Pescolanciano in Molise, di cui ho solo un momento fotografico in compagnia di altri commilitoni, in cui ironizzavamo sugli ufficiali di picchetto con carta igienica di traverso al posto dell’austera fascia blu.
Intorno alla caserma, dalla parte di c. so Benedetto Croce (ex c.so Sicilia) si affacciava l’interno di qualche palazzina. In una di questa abitava mia zia, che quando mi vedeva di guardia mi lanciava una mela o un’arancia, chiaramente accertandosi prima che nessuno potesse vedere.
In caserma non ricordo particolari momenti di convivialità. Appena ero libero avevo bisogno di riposare o di uscire da quel posto.
L’aria tra noi militari era di insofferenza a quel mondo e pochissimi erano soddisfatti di quell’esperienza.



– Sergio S. congedato con il grado di caporal maggiore, uscito dalla Caserma Rossani nell’autunno 1979.

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